Il bilancio della spedizione italiana al Tour de France? Milan e niente più. Il leader nostrano ha vinto due tappe, la classifica a punti e ha reso meno negletto l’esito di una nazione ciclistica che attende invano il nuovo Nibali dopo aver sperato in Aru. Purtroppo non ci sono campioni in patria e al massimo eroi per un giorno, semiprotagonisti buoni per un piazzamento tra i primi dieci e nulla più. Un elenco lungo e quasi sconfinato: Bettiol, Ciccone, Caruso, Pozzovivo, le giovani speranze Tiberi, Pellizzari e Biagioli. Poi l’uomo della crono, cioè Ganna, che al Tour sfortunatamente si è ritirato il primo giorno dopo averci fatto sperare in uno squillo nella gara che gli è più congeniale. Il Tour ha ribadito la sua supremazia sul Giro d’Italia, non a caso mediaticamente trascurato dai colleghi transalpini. Yates al Tour non può spendere il credito del Giro e ciclisti come Bernal, Carapaz, Ayuso, Del Toro neanche ci hanno provato a cimentarsi sulle strade francesi. La lettura della classifica finale del Tour rende perfettamente la pochezza del nostro ciclismo il cui campionato nazionale è stato vinto da Conca, un volenteroso pedalatore che non è neanche professionista e non ha squadra. In classifica generale il migliore dei nostri è Velasco, 38esimo con 2H41’di ritardo. Tutti più sotto in graduatoria Trentin, Moscon Ballerini.Lo stesso Milan colleziona più di 5 ore di ritardo, badando bene di non arrivare fuori tempo massimo per concorrere alla prestigiosa classifica che più gli interessava. Il problema è a monte: non ci sono squadre, non ci sono valorizzazioni. E Pogacar è unico anche se ha una corte di valletti di sicura competitività (Van der Poel, Vingegaard, Van Aert, Evenepoel). Ci fa compagnia la Francia in questa crisi: senza assi e senza ricambio. Esattamente come noi. Ci vorranno anni e l’avvento di una nuova generazione perché qualcosa cambi

DANIELE POTO