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IL CALCIO E’ DA RIFONDARE SE NON VUOLE IL FALLIMENTO (D.Poto)

 TRE CANDIDATI, TRE BLUFF E POI IL COMMISSARIO

ROMA- Dissoluzione tecnica e istituzionale del calcio italiano. A volte un gioco, a volte uno sport che avrebbe già dovuto dichiarare fallimento visto il pesante passivo del conto economico. Dopo l’esclusione della nazionale quattro volte campione del mondo dal più grande evento dello sport globale dopo l’Olimpiade, il governo federale non è riuscito a ricomporre i cocci trovando una corretta sostituzione dell’uomo delle gaffe Tavecchio. Le minacce e gli avvertimenti ripetuti del presidente del CONI Malagò a nulla sono serviti perché il barcone senza timoniere è andato a infrangersi sugli scogli del nulla di fatto. Come se alle prossime elezioni del 4 marzo tutti gli italiani votanti puntassero sulla scheda bianca come scelta folle e suicida. In realtà un sistema dirigistico e autocooptante non ha fatto emergere dirigenti nuovi e lo stesso Tommasi è sembrata pallida speranza di rinnovamento rispetto a Gravina (qualche scheletro nell’armadio tra il Castel di Sangro e il golpe ai danni di Macalli) e Sibilia, frutto di una velocissima ascesa calcistica dovuta alla frequentazione lobbystica della politica. Tre candidati e tre sconfitti. Le carte ora verranno di nuove distribuite ma non è facile improvvisare un candidato forte e credibile. Se ci fate caso nei programmi nessuno parla dei problemi di fondo: la valorizzazione del prodotto interno lordo inteso come materia prima calcistica. Se la nazionale ha fallito la sua missione nella qualificazione mondiale è perché c’è una modestissima qualità tecnica in circolazione. Il problema è alla base e si riflette sul vertice. Ora quanto tempo potrà dedicare al calcio Malagò, preso dall’Olimpiade sudcoreana ma anche dai mille affanni di chi deve occuparsi quotidianamente dei grandi problemi dello sport italiano? Il calcio riflette i grandi affanni della politica italiana: mancanza di ricambi, di idee, di voglia di voltare veramente pagina. La crisi del calcio azzurro non si risolve ingaggiando un tecnico con un contratto da 6-7 milioni all’anno (Conte?) ma mettendo mano a sostanziali riforme. Come la riduzione del numero delle squadre del calcio professionistico. La presenza di una squadra come il Benevento in serie A è un imbarazzante boomerang per la credibilità del sistema. Nessuna colpa dei campani, l’appunto è per chi ha fatto in modo che questo miracolo potesse avvenire.  

 

DANIELE POTO

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